MIA FIGLIA E' UN ANGELO

MIA FIGLIA E’ UN ANGELO

In ANGELI STORIE E TESTIMONIANZE ANGELICHE by Daniela RaguelLeave a Comment

MIA FIGLIA E’ UN ANGELO

Sono sempre stata convinta che tutto succede per un motivo. La mia fede mi dice che Dio ha un piano ben preciso. Magari al momento posso anche non capire di cosa si tratta, ma a un certo punto tutto diventa chiaro.

Quando mio marito ed io avemmo la prima figlia Jenny, non ci aspettavamo davvero che potesse accadere qualcosa di brutto. E quando lei morì dopo appena tre giorni dalla nascita, ne fummo sconvolti. Io continuavo a ripetermi attraverso le lacrime che ci doveva essere una ragione per ciò che era successo. Più tardi, avremmo avuto altri due figli, Tommy e Brittany. Col passare degli anni, continuavo a ripetere a me stessa che “le cose succedono per un motivo” ogni volta che la vita mi riservava qualche brutta sorpresa. In tal modo mi sembrava più facile accettare gli imprevisti. Il 9 novembre del 2009 la mia fede sarebbe stata messa a dura prova. Mio marito, che era un vigile del fuoco, ebbe una aneurisma cerebrale mentre era impegnato a svolgere il suo lavoro e venne portato l’urgenza in ospedale. Io chiamai i miei figli e insieme ci precipitammo da lui. Il tragitto per arrivare all’ospedale fu terribile. Mio marito era cosciente quando giungemmo al pronto soccorso. Venne spostato nel reparto di neurochirurgia dell’unità di terapia intensiva. Nel frattempo era arrivato anche il suo assistente e buon amico Jack. I medici ci dissero che, l’indomani mattina, avrebbero tentato di intervenire sulle aneurisma con una tecnica chiamata coiling (consiste in un approccio endovascolare tramite catetere), nella speranza di evitargli l’intervento chirurgico al cervello. L’indomani mattina presto giungemmo in ospedale con la speranza che quella tecnica potesse funzionare. Purtroppo non fu così e Brian mio marito avrebbe dovuto subire un intervento chirurgico per arrestare l’emorragia. I medici lo fecero riportare nel reparto di terapia intensiva. Noi avevamo il permesso di vederlo, ma ci dissero che non potevano entrare più di due o tre persone alla volta. Jack venne con me. Le stanze destinate ai pazienti del reparto erano dotate di porte e pareti di vetro, e fuori da ogni stanza c’era una postazione infermieristica. Mentre ci avvicinammo alla stanza di Brian guardai dentro e vidi che accanto al suo letto c’era un’infermiera intenta a sistemargli amorevolmente una delle flebo. Aspettai qualche minuto. Jack era proprio dietro di me. Quando entrai, però l’infermiera non c’era più. Perlustrai con lo sguardo ogni angolo della stanza, ma dell’infermiera nessuna traccia. Ero certa che non poteva essere uscita, dato che quella da cui eravamo entrati era l’unica porta. Jack si era accorto che mi guardavo intorno e chiese: “Dov’è andata?”. Dunque, anche lui l’aveva notata! Entrambi avevamo visto la stessa cosa. Sapevamo che non poteva trattarsi di un’immagine riflessa sul vetro, inoltre non c’era nessuna infermiera in servizio che assomigliasse a quella che avevamo visto. Fu allora che compresi: si trattava di nostra figlia Jenny, morta 32 anni prima. Quell’infermiera doveva avere più o meno la sua età e assomigliava alla giovane donna che Jenny avrebbe dovuto diventare una volta adulta. Ovviamente Jack non sapeva nulla della nostra prima figlia. Tranne i nostri genitori e i pochi amici intimi, erano ben poche le persone a sapere di lei. Così, gli raccontai brevemente ciò che era accaduto. Da profondo credente qual era, anche lui si disse convinto che doveva essersi trattato proprio di Jenny. Alcune ore più tardi, Brian venne portato in sala operatoria. Nel mio cuore so che Jenny era la per aiutare suo padre. Forse per lenire il suo dolore e confortarlo prima dell’intervento. Brian rimase in coma per tre settimane e io non ero certa che, se si fosse svegliato, si sarebbe ricordato di noi. Quando emerse dal coma gli chiesi se sapeva chi ero io e chi erano i suoi due figli, e lui sapeva perfettamente che eravamo ma parlò anche di Jenny come se fosse ancora viva, cosa che non aveva mai fatto prima. Sono convinta che anche lui l’abbia vista quel giorno, sebbene gli abbia detto di non ricordare. Sulla lapide di Jenny abbiamo fatto incidere queste parole: “Il nostro piccolo angelo”. È stata davvero il nostro angelo!