LETTERE DOPO LA MORTE: I rimorsi dell'anima

LETTERE DOPO LA MORTE: I rimorsi dell’anima

In GLI SPIRITI COMUNICANO CON NOI by Daniela A.R. Comments

LETTERE DOPO LA MORTE: I rimorsi dell’anima

Miss Earle è una medium psicografica chiaroveggente. Un giorno in cui ascoltava un pezzo musicale suonato al pianoforte dall’amica Florence, ebbe la prima visione dello spirito di un giovane bruno. Il giorno dopo mentre le amiche leggevano e commentavano un opuscolo spiritualista, Miss Earle vide apparire a se di lato il medesimo fantasma, il quale entrò in conversazione con lei.Gli spiriti guida lo avrebbero condotto in presenza delle medium onde con ciò convincerlo che egli era morto e che si trovava nel mondo spirituale ed iniziare la via della redenzione, che, per lui, dotato di cultura e intelligenza, doveva esplicarsi raccontando la propria storia per il tramite medianico, a titolo di edificazione morale e spirituale in servizio dei viventi. Lo spirito comunicante narra la propria storia mondana, le vicende della propria morte, i rimorsi che lo assalirono dopo la morte, l’intervento generoso di un amico defunto ch’egli aveva profondamente offeso in vita, e le felici conseguenze del suo sincero ravvedimento, il quale gli aveva schiuso la vita della redenzione. Egli così comincia il suo primo messaggio, dettato a Miss Earle:

 «Quante cose da disimparare nella nuova esistenza! Oh quante! Quante! Ma come fare a redimersi? Troppo tardi per me. Eppure vengono a me degli spiriti generosi che mi rinfrancano, aprendomi il cuore alla speranza che un giorno anche per me si realizzerà la visione spirituale e l’audizione delle armonie celesti. Comunque, io non mi sento più un egoista, e provo una viva simpatia per gli altri. Mi venne applicato il trattamento che ci voleva: drastico ma necessario…
«Quando ero in vita, bastò un “secondo” per mandarmi a morte. Giacevo disteso alle falde di un dirupo alpino. Un masso si staccò dall’alto, precipitò, schiacciò la mia testa, rendendo irriconoscibili le mie sembianze. Le carte che tenevo nel portafoglio resero possibile il mio riconoscimento.
«Fu l’opera di un attimo; ed io mi vidi improvvisamente immerso in profonde tenebre. Cercavo a tentoni di aprirmi la via in mezzo a un’oscurità tanto fitta da potersi tagliare. Nessuna luce in vista, e un silenzio di morte intorno: era una situazione terrificante. Talora mi pareva di scorgere un bagliore in lontananza, e di percepire dei suoni musicali. Che cosa significava? Mi sentivo
impazzire, e lottavo invano contro l’ignoto, come un uomo alle prese col vuoto. Esausto, caddi riverso al suolo in una crisi di disperazione morale spaventevole e indescrivibile. Maledicevo Iddio e il genere umano. Volevo morire, ma non potevo morire!…
«Quindi mi ritrovai, non so come, alle falde del dirupo roccioso dove giaceva il mio corpo, e vidi il mio corpo! Cercai di rialzarlo, di risuscitarlo, ma dovetti arretrare rivoltato dal lezzo che esso emanava. Mi trovavo in uno stato d’animo strano ed incoerente: non pervenivo a comprendere dove mi trovassi, e che cosa fosse accaduto. M’invase il sospetto di essere divenuto pazzo; poi di trovarmi in preda a un incubo terribile, dal quale occorreva uscir fuori al più presto; ma la possibilità ch’io fossi morto non mi balenò mai alla mente! Non so per quanto tempo vagassi tra quei dirupi; ma venne il giorno in cui la mia crisi di pazzia entrò in una fase inaspettata: mi ritrovai in un ambiente familiare, al quale io pure prendevo parte, sebbene non conoscessi le persone che scorgevo. Ma, in ogni modo, mi trovavo lì, e non potevo andarmene. La prima volta ascoltai musica suonata al pianoforte; la seconda, attesi alla
lettura di un libro e alle conversazioni che ne seguirono; mercé le quali appresi che non solo era nota la mia presenza alle due donne che ivi si trovavano, ma che ad esse era anche noto il mio carattere. (Si tratta della circostanza dianzi accennata, in cui le guide del giovane Bruno, per quanto non viste da lui, lo avevano condotto all’ambiente del medium). Ascoltai attentamente, e trovai che esse ritenevano che nell’uomo esistesse uno spirito sopravvivente alla morte del corpo.  Pensai tra me: “Quale assurdità!”. Ma improvvisamente qualcuno illuminò la mia mente, trasmettendomi la verità sul mio conto: Io dunque, ero morto! Ma dove mi trovavo? Che cosa ero divenuto? Non appena mi convinsi di essere morto, le cose mutarono, e mi vidi circondato da spiriti i quali parevano desiderosi di assistermi… Voi non potete formarvi un’idea di ciò che tale cambiamento significava per me. Dissi: “Io sono confuso e disorientato. Mi credevo pazzo, ma non morto”. Mi si rispose : “Soltanto morto per il mondo della materia, della visione fisica, dell’audizione fisica, ma vivo più che mai per il mondo spirituale, con visione e audizione spirituali. Ti trovi in altra Sfera di esistenza: ecco tutto.  Capitò anche noi di traversare la nostra crisi prima di accomodare noi stessi al nuovo ambiente. Più presto farai a realizzare in quali condizioni tu esiti, e meglio sarà per il tuo progresso verso la redenzione…”. Con mio immenso stupore venni informato che quel consesso di spiriti si era adunato per venirmi in aiuto, e che ciò era avvenuto per le sollecitazioni di un antico amico mio. Quanto ero lontano dal supporre chi fosse l’amico generoso! Mi dissero che avrei dovuto tornare nell’ambiente orribile al quale mi avevano temporaneamente sottratto; ma che un raggio di luce sarebbe penetrato nelle tenebre che mi avvolgevano, poiché quando un raggio di luce
compenetra un’anima, non può estinguersi mai; dimodoché quel raggio di luce avrebbe brillato per me come la stella della speranza, che mi avrebbe alfine guidato dalle tenebre alla luce radiosa di ben altro ambiente.
«Poco dopo mi ritrovai nell’ambiente caliginoso di prima, ma una pallida luce brillava a me vicino, che divenne la mia “stella polare”; e quando bramosamente la contemplavo, essa intensificava la sua luminosità. Ora si mostrava alla mia destra, ora alla mia sinistra, ma non si spegneva mai. Non saprei valutare il tempo in cui rimasi in quelle tenebre attenuate da un raggio di speranza…

«… Esito a questo punto a proseguire la narrazione delle prove per cui passò l’anima mia. La grandezza della magnanimità altrui – degna in tutto di Gesù Nazareno – precipita il mio spirito nell’abisso dei rimorsi, e la mia iniquità si erge a me dinanzi come fantasma persecutore che mi proclama il più spregevole dei peccatori. Eppure debbo continuare, poiché la mia narrazione deve fornire una pallida idea della potenza dell’Amore in ambiente spirituale.
Una sola legge esiste: l’Amore che è Perdono. Il Perdono, che è Amore. Basta: mi affretto a confessarmi dinanzi al mondo… dinanzi a voi… Perdonatemi voi, se lo potete. Io non lo posso. Mi sento venire meno. Colui che seppe perdonarmi è il più sublime degli uomini, ma la sua generosità mi strazia l’anima, e l’iniquità della mia colpa si erge mostruosa a me dinanzi. L’amico
che avevo tradito in vita, che avevo abbandonato al suo destino, che avevo ridotto un proscritto della società, fu lui che adunò quel manipolo di spiriti allo scopo di assistermi!…

«Vidi gli spiriti far largo a un altro spirito che avanzava sorridendo alla mia volta. Lo guardai attentamente. Era lui! Ambrogio! L’amico che avevo tradito! Mi protese le braccia. Nascosi il mio volto svergognato sull’omero di lui; solo
per sentirmi saturo dei suoi pensieri di perdono e di pietà per me… Mi arresto… Mi arresto… Per oggi basta!…».

Come si apprende dal caso esposto, il quale concorda con gli altri del genere, le sofferenze espiatorie che affliggerebbero i “reprobi” risulterebbero prevalentemente di ordine morale; e, in un primo tempo, consisterebbero in ogni sorta di rimpianti e di bramosie inappagate e inappagabili; in un secondo
tempo, in ogni sorta di rimorsi dilaniatori. E quando in uno spirito di reprobo s’inizierebbe la crisi dei rimorsi, egli con ciò segnerebbe il primo passo sulla via della redenzione. Tale crisi, talvolta assai lunga e terribile, nessuno potrebbe risparmiarla allo spirito, poiché solo attraverso ad essa il di lui “corpo eterico” perverrebbe a detergersi dai “fluidi impuri” che lo inquinavano e lo appesantivano; “fluidi impuri” accumulatisi in conseguenza della ripercussione “vibratoria” esercitata sulla sua compagine delicatissima, dalla condotta ignobile o indegna dello spirito stesso, durante l’esistenza terrena.

Ernesto Bozzano-La crisi della morte

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